Negli ultimi anni i certificati di investimento – comunemente chiamati certificates – hanno iniziato a comparire con maggiore frequenza nei portafogli degli investitori privati. La loro diffusione è legata sia alla versatilità dello strumento sia a un trattamento fiscale particolarmente favorevole.
Ma cosa sono esattamente e perché suscitano così tanto interesse?
Struttura tecnica: derivati cartolarizzati
Dal punto di vista finanziario, i certificates sono derivati cartolarizzati. Questo significa due cose:
1. Sono derivati
Il loro valore dipende da un’attività sottostante: un’azione, un indice, un paniere, una materia prima, una valuta. All’interno del certificato l’emittente costruisce il prodotto utilizzando opzioni, combinandole in modo da ottenere profili di rischio/rendimento più o meno conservativi o aggressivi.
2. Sono cartolarizzati
Un intermediario finanziario (la banca emittente) crea e distribuisce il prodotto.
Questo comporta un elemento importante: rischio emittente, ovvero il rischio che la banca non sia in grado di rimborsare lo strumento. Diversamente da fondi ed ETF – che dispongono di patrimonio separato e banca depositaria – nei certificati l’investitore dipende dall’affidabilità dell’emittente.
Perché sono così diffusi? Il ruolo decisivo della fiscalità
Uno dei motivi principali della crescita dei certificati è il loro trattamento fiscale.
Nel sistema italiano esistono due categorie di redditi finanziari:
- Redditi di capitale, sempre tassati e non compensabili con le minusvalenze pregresse.
- Redditi diversi, che invece possono compensare minusvalenze realizzate nei quattro anni precedenti.
La maggior parte dei prodotti finanziari (obbligazioni, fondi, ETF) genera redditi di capitale, quindi non permette di sfruttare le minusvalenze.
I certificates fanno eccezione:
tutte le componenti di rendimento – flussi periodici e guadagno finale – rientrano nei redditi diversi, ai sensi dell’art. 67 del TUIR.
Questa caratteristica li rende strumenti particolarmente utili per ottimizzare la fiscalità del portafoglio.
Come funziona la tassazione
Per capire quando e cosa viene tassato, è utile distinguere due aspetti: base imponibile e momento della tassazione.
Base imponibile: quanto si tassa
La plusvalenza è calcolata come:
Prezzo di vendita/rimborso – Prezzo di acquisto – Somma dei flussi incassati
Ogni flusso periodico riduce infatti il prezzo di carico del certificato.
Momento della tassazione: quando si tassa
La tassazione avviene al momento del realizzo, quindi alla vendita o alla scadenza naturale del certificato.
Un esempio semplice
Immaginiamo di acquistare un certificato a 100 euro che paga 4 euro all’anno per 3 anni.
- Ogni flusso è incassato al lordo, senza trattenute.
- Il prezzo di carico si riduce progressivamente a 96, poi 92 e infine 88.
- Se a scadenza il rimborso è pari a 100 euro, la plusvalenza è 12 euro (100 – 88).
Su questo importo si applica l’imposta del 26%, oppure si può usare per compensare eventuali minusvalenze presenti nello “zainetto fiscale”.
In alcune situazioni, a seconda delle procedure adottate dall’intermediario, la compensazione può avvenire già al momento dell’incasso delle cedole. È quindi fondamentale conoscere la prassi della propria banca.
Un supporto strategico nell’asset allocation
I certificati sono strumenti complessi e richiedono un’analisi tecnica accurata, soprattutto nei confronti del rischio emittente e delle strutture opzionali che li compongono.
Se usati correttamente, permettono di:
- ottenere rendimenti anche in mercati laterali,
- personalizzare il profilo rischio/rendimento,
- ottimizzare la fiscalità del portafoglio, elemento particolarmente rilevante per chi dispone di minusvalenze pregresse.
Proprio questa loro capacità di generare redditi diversi li rende strumenti unici nel panorama finanziario, impossibili da replicare tramite OICR tradizionali come fondi ed ETF, che generano invece redditi di capitale.
